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Buddhadharma
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Il termine mwdqsanscrito mwdgBuddhadharma (बुद्धधर्म), indica, in mwdwIndia, l'insegnamento predicato dal mweaBuddha Shakyamuni così da distinguerlo da quello di altri maestri indiani e dal mweqmwegSanātanadharma (सनातनधर्म) ovvero l'insegnamento proveniente dalla letteratura mwewvedica che, secondo le dottrine di origine vedica, non essendo stato pronunciato da alcun maestro non può che esserci sempre stato ed essere quindi mwfasanātana(eterno, apéiron). In un significato più allargato, mwfqBuddhadharma indica il mwfgBuddismo con i suoi progressivi e contraddittori sviluppi.

Infatti, come ricorda Mario Piantelli, non è possibile parlare di "un" Buddismo quanto piuttosto di un "fascio di Buddismi".cite-ref-1[1] Il tema, oggetto di numerose ricerche, è cosa di questo mwjafascio di Buddismi possa essere ascritto alla figura storica del mwjqBuddha Shakyamuni. Ovvero quali fossero le caratteristiche del Buddismo delle origini. Un tema molto disagevole da trattare in quanto i testi scritti più antichi su cui tale ricerca può basarsi risalgono a poco prima l'inizio della nostra Era, successivi quindi, e di diversi secoli, alla morte del suo fondatore, il mwjgBuddha Shakyamuni. È arduo quindi avere la contezza di quale fosse il suo effettivo insegnamento e qualsiasi ricerca possa essere condotta su tale argomento deve ricordarsi dei limiti stessi da cui essa procede. Ciò premesso, alcune considerazioni possono essere fatte. È certo, ad esempio, che prima della loro messa per iscritto i sermoni del mwjwBuddha Shakyamuni venivano recitati oralmente e quindi trasmessi da monaci (mwkamwkqbhikkhu) denominati mwkgbāṇaka. È certo anche che vi siano stati dei mwkwConcili buddisti in cui questi testi venivano recitati ma la cui ortodossia fu presto messa in discussione, producendo delle divisioni dottrinali (sul mwlaDharma) e disciplinari (sul mwlqVinaya) nel mwlgmwlwsangha buddista. Ma la stesura di un primo vero e proprio mwmaCanone buddista, andato perduto, può essere ascritta al periodo di mwmqAśoka. Occorre infatti ricordare che, a parte le testimonianze archeologiche indirette, i Canoni buddisti scritti di cui disponiamo edizioni integrali o almeno non frammentarie appartengono tutti alla nostra era o poco prima: il mwmwCanone pāli è in una edizione risalente alla fine del V secolo d.C. (anche se basato su testi messi per iscritto nel I secolo a.C. e forse solo marginalmente modificati in questa edizionecite-ref-2[2]cite-ref-3[3]; per ulteriori informazioni, vedasi mwpaDatazione dei Nikāya del Canone pāli), il mwpqCanone cinese è la traduzione, in mwpgcinese, operata nei primi secoli della nostra era a partire da testi mwpwsanscriti, mentre le traduzioni in mwqatibetano, sempre dal sanscrito, del mwqqCanone tibetano sono decisamente più tarde. Prima di passare in rassegna i possibili più antichi raggruppamenti testuali del primo, possibile, mwqgCanone buddista e i relativi insegnamenti riportati successivamente negli mwqwĀgama-Nikāya, e forse persino nei più antichi mwraPrajñāpāramitā Sūtra, fonte di interpretazione e di divisione dottrinale nel mwrqBuddismo dei Nikāya e nel mwrgBuddismo Mahāyāna, occorre affrontare il tema delle lingue usate nelle più antiche predicazioni e nella stesura orale dei primi insegnamenti buddisticite-ref-4[4].

Contents

Note

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La lingua di predicazione del primo Buddhadharma

È molto probabile che la lingua utilizzata dal mwtqBuddha Shakyamuni fosse una lingua facilmente comprensibile per l'uditorio dei suoi sermoni che, facendo riferimento ad una dottrina interclassista, non poteva consistere solo di persone della casta dei mwtgbrāhmaṇa o degli mwtwkshatrya ma appartenere ad ogni ceto sociale. Ciò si evince da alcune parti degli mwuamwuqĀgama-Nikāya dove il Buddha sconsiglia, se non proibisce espressamente, l'utilizzo della lingua religiosa indiana per antonomasia: il mwugsanscrito vedico. Questo in quanto tale lingua poteva essere compresa solamente da individui appartenenti alle classi più elevate. Predicando nel territorio del mwuwMagadha è molto probabile che egli si esprimesse in mwvamagadhi o antico mwvgmagadhi. Ciò non toglie che i suoi discepoli itineranti abbiano utilizzato, di volta in volta, le lingue popolari (pracritiche) delle varie regioni che visitavano durante le predicazioni. Di tale linguaggio, il mwwqmagadhi, abbiamo alcune tracce grazie agli editti di mwwwAśoka pubblicati su pietra e rinvenuti in questa area. È noto infatti che mwxaAśoka pubblicasse i propri editti lungo tutto l'mwxqimpero Maurya da lui governato. Sono stati rinvenuti editti, nell'area del mwxgPanjab, pubblicati in mwxwmwyakharoṣṭhī (conosciuto anche come mwyqmwyggāndhārī) una lingua sinistrorsa di origine mwywaramaica, altri sono scritti in mwzagreco o anche in mwzqaramaico, ma la maggior parte degli editti di mwzgAśoka sono in medio-indiano (o mwaapracritico di cui il mwaqmagadhi fa parte) in caratteri mwagmwawbrahmi, un sistema destrorso origine del mwbamwbqdevanāgarī. Tali editti, tuttavia va ricordato, sono successivi già di due secoli alla morte del mwbgBuddha Shakyamuni. A tutto questo va aggiunto che spesso nella stessa regione i dialetti marcavano l'origine sociale degli interlocutori, così re, governatori e brahmani parlavano il mwbwmwcasanscrito vedico, regine, monache e cortigiane parlavano il mwcqshauraseni, mercanti e artigiani il mwcwmagadhi, mentre il popolo "basso" utilizzava il mwdapaisachicite-ref-5[5].

Note

cite-note-11. M. Piantelli, pag. 5
cite-note-22. mwhq mwhg«I pitaka o gli insegnamenti del Buddha furono trasmessi oralmente e nel 397 dell'Era Buddista (89 a.C.) furono messi per iscritto. In questa epoca furono scritti mwhw[anche] i loro commentari in singalese» mwia(H. R. Perera, mwiqBuddhism in Ceylon, pag. 33, cit. in K. Lal Hazra, pagg. 170-171)
cite-note-33. mwjw mwka«Secondo la tradizione singalese, come s'è detto, la recensione in lingua pāli sarebbe redatta su istanza del re Vaṭṭagāmaṇī nello Ālokavihāra da un'assemblea di cinquecento anziani; in effetti il testo attualmente disponibile risale alla versione riveduta a cura dei seguaci del Mahāvihāra redatta alla fine del V secolo d.C. in occasione di un concilio voluto dal re Dhātuasena, versione che, grazie al patrocinio del re Parakkamabāhu I, divenne il punto di riferimento del Theravāda dell'isola con la soppressione delle scuole rivali dai mwkqdhammaruciya e dei mwkgsagaliya, le cui recensioni del Canone non sono sopravvissute.» mwkw(M. Piantelli, pagg. 88 e segg.)
cite-note-44. Per un approfondimento sul tema vedi: H. Bechert; L. O. Gomez, Eliade M., Vol. 8, pagg. 446-51; O. von Hiniiber, 10, pagg. 133-40; K. R. Norman
cite-note-55. K. Mizuno, pag. 26.

Bibliografia

• H. Bechert. mwnqThe Language of the Earliest Buddhist Tradition. Vandenhoeck and Ruprecht. Gottingen, 1980
• L. O. Gomez. mwnwLanguage: Buddhist views of language, in: M. Eliade (ed.). mwoaEncyclopaedia of Religion. Macmillan. New York, 1987
• O. von Hiniiber. mwogPali as an artificial language. Indologia Taurinensia, 1982
• K. R. Norman. mwpaPali Literature. Harrossowitz, Wiesbaden, 1982
• Kogen Mizuno. mwpgBuddhist Sutras, Origin, Development, Transmission. Kosei. Tokyo, 1995
• Dipak Kumar Barua. mwqaAn Analytical Study of Four Nikāyas. Munshiram Manoharlal Publishers Pvt. Ltd. Calcutta, 1971, 2ª ed. 2003. ISBN 81-215-1067-8
• Kanai Lal Hazra. mwqwBuddhism in Sri Lanka. Buddhist World Press. Delhi, 2008. ISBN 978-81-906388-2-1
• mwrgMario Piantelli, Il Buddismo indiano, in: Buddismo, a cura di Giovanni Filoramo, Bari, Laterza, 2001.